29/04/13

Sostiene civati

Sostiene Civati  che il governo con il pdl non andava fatto. Perché é un accordo che é contrario ad ogni dichiarazione fatto dal pd in campagna elettorale.
Sostiene Civati che non si può cambiare rotta a 360 gradi, senza coinvolgere iscritti e simpatizzanti.
Sostiene Civati che questo governo si fonda sul tradimento politico e morale dei 101 parlamentari.
Sostiene Civati  che proprio non esiste l'idea di fare un governo stabile e sine die con il pdl e che il massimo del minimo era un governo di scopo.
Questo ho capito che sostiene Civati, da solo, nel gruppo parlamentare del pd. Ma tra iscritti ed elettori siamo in molti a sostenerlo.
E allora facciamo sentire a Civati il nostro sostegno. Io sostengo Civati che si astiene dalla fiducia in parlamento.
E tu, sostieni Civati?

29/03/13

Di lealtà e fedeltà

Non confondiamo la lealtà con la fedeltà. Lealtà è stata sostenere Bersani dal giorno dopo le primarie sino ad oggi. Perché se stai in un partito democratico accetti le decisioni della maggioranza dei simpatizzanti. La lealtà è un concetto razionale, perché senza rispetto delle regole un partito non funziona, oppure non è un partito ma un pretesto per personalissime ambizioni. La lealtà è anche un concetto morale, di chi si assume dei doveri che spesso contrastano con i desideri. 
La fedeltà è invece è un sentimento acritico e come tale può essere rivolta a cose buone, ma anche a cose pessime. Per questo non mi sento vincolato ad alcuna fedeltà a Bersani e ora che il suo tentativo è fallito, credo sia doveroso criticarlo. Perché in politica alla fine il pensiero critico deve avere la meglio sui sentimenti. 
Bersani ha sbagliato, rovinosamente. Ha perso elezioni "imperdibili" in ogni senso. Le ha perse lui, perché era suo il nome, sua la responsabilità. E' naufragato in campagna elettorale, ripetendo in peggio i soliti errori di comunicazione e sottovalutazione degli avversari. Ha perso perché il suo progetto politico mancava di visione, coraggio e innovazione. Ha sbagliato anche in seguito, non dimettendosi il giorno dopo le elezioni. E qualcuno dovrà dirla questa cosa, perché non torneremo mai in sintonia con gli elettori se non ci abituiamo che quando perdi una elezione così hai solo la strada delle dimissioni immediate. E non facciamo i tattici e non facciamo i doppiogiochisti della morale: ovunque in Europa i leader che avessero preso una simile scoppola si sarebbero dimessi. Non dimettendosi e intestardendosi Bersani ha reso complicatissima la possibilità per il PD di formare un governo con un proprio uomo "d'area" che si sarebbe potuto presentare con proposte più chiare e come rappresentante della società civile: Boldrin e Grasso insegnano. Invece Bersani, indebolito e logorato  ha voluto ugualmente per se l'incarico esplorativo, offrendo un alibi al Movimento Cinque Stelle per non trattare e per maltrattarci, in nome della lotta alla kasta e alla partitocrazia. 
Spero che oggi sia la giornata di queste dimissioni. Non mi importa se non è il momento, se non sono tattiche, se al posto di Bersani ci sarà una reggenza di Letta, di Franceschini o di chissà chi ( che poi il vicepresidente è Scalfarotto..). Le dimissioni sono un gesto simbolico necessario per avviare immediatamente un percorso verso il congresso.
Ringrazio comunque Bersani, uomo onesto e segretario democratico, che ha accettato la sfida delle primarie. Spero resti a disposizione del partito. Ma non in primo piano. Se lo farà, lo stimerò ancora di più. 



27/03/13

Sorsi di cicuta, morsi di vipera


Il cittadino Socrate si bevve la cicuta, pur essendo innocente. Si difese in tribunale ma fu condannato a morte sulla base di accuse populiste e demagogiche. Fu sollecitato a fuggire dai suoi amici, scandalizzati dall'assurdità della condanna e preoccupati di vedere morire un uomo innocente. Ma Socrate rifiutò perché, disse "è meglio subire un' ingiustizia piuttosto che farla". 
Dopo l'esito delle consultazioni e specialmente dopo l'incontro con il MS5 di oggi penso che il PD dovrebbe prendere esempio da Socrate. Ciò significa estendere fino al parossismo il concetto di responsabilità, accettando di sostenere, dall'esterno, un governo guidato da persone scelte dal Movimento
Ciò significa rispondere ai morsi di vipera di Grillo con un gesto rivoluzionario, pericoloso e coraggioso. Dare una prima fiducia all'esecutivo, a condizione che presenti persone credibili, e pretendere che in seguito la fiducia non venga più posta e i provvedimenti siano discussi in aula, punto per punto.
Un grande rischio, per il partito democratico e per il Paese. Ma anche la mossa che scompiglia le carte, che toglie ogni alibi e soprattutto che permetterebbe di rispondere alle urgenze economiche e politiche.
Perché "è meglio subire un'ingiustizia piuttosto che farla".  Nuove elezioni, o un accordicchio con PD/PDL sarebbero una grande ingiustizia per gli italiani.

24/03/13

Tradimento,tradimento!

Una donna, che chiameremo Base, torna a casa e becca il marito, che chiameremo Pd, a letto con un'amante. Quale scusa consigliate al marito?
A) amore guarda come é inguardabile e brutta. Non potrei mai scambiarla con te. E poi é cosi insignificante. Avevo solo bisogno di superare un momento di crisi e ho scelto una che lascio quando voglio. ALLEANZA CON LA LEGA
b) amore guarda come é giovane e rozza. Non potrei mai sostituirla con te. Volevo insegnarle l'educazione, ma poi mi ha sedotto e ci sono cascato. ALLEANZA CINQUE STELLE
C) amore guarda come é vecchia e screanzata. Credi davvero che possa innamorarmi di una che ho sempre odiato? Ci sono andato a letto solo per dispetto. ALLEANZA PDL.
D) amore non é come sembra. Io dormivo tranquillo,quando quel ragazzaccio mi ha messo nel letto questa sporcacciona e non ho resistito alla tentazione. ACCORDO PDL PROPOSTO DA RENZI
E) amore che dici? Stavamo solo dormendo. ACCORDO CON TRANSFUGHI PDL E LEGA
F) amore, é lei che mi si é offerta perché sono irresistibile. Che cosa posso farci? ACCORDO CON TRANSFUGHI M5S.
G) ok ho fatto una cazzata. Sono in crisi,il nostro rapporto é in crisi e anche tu da tempo non mi ami molto. Proviamo a ricominciare in modo serio? RITORNO ALLE URNE

Ps.
H) amore guarda a me di te non importa nulla. Volevo farmi l'ultimo giro di giostra e chi s'é visto s'é visto.

22/03/13

Non Post. Spunti per una riforma del PD



SPUNTI PER UN RIFORMA DEL SISTEMA ORGANIZZATIVO E DEL METODO DI GOVERNANCE DEL PARTITO DEMOCRATICO

Dopo la mancata vittoria elettorale il Partito Democratico è chiamato a ragionare su un duplice orizzonte temporale. Da un lato l'urgenza di una soluzione politica che consenta di governare. Dall’altro la necessità di ridefinire la propria struttura e il modello di governace.   
All'interno del partito è in corso un dibattito, anche aspro, sulla riforma della proprie strutture. Confronto   importante anche perché il PD sin dalla nascita è stato portatore di importanti innovazioni riguardanti la forma partito. Novità  che hanno contribuito ad influenzare l’intero quadro politico, a partire dalla definizione di un sistema maggioritario (scompaginato dall’ultimo risultato elettorale) e dall’introduzione delle primarie aperte per la contendibilità della leadership (sia quelle di partito sia quelle relative alla premiership).
Prendendo in considerazione l’ultimo periodo, i principali sostenitori di proposte innovative relative alla forma-partito sono indubbiamente Matteo Renzi e Giuseppe Civati, le cui differenti visioni sono state plasticamente rappresentate nel corso dell’ultima direzione nazionale. Assemblea che Renzi ha polemicamente abbandonato, con la chiara intenzione di smascherare l’ipocrisia e l’inutilità dell’attuale forma di governance. Un atteggiamento legittimo e coerente con la campagna delle primarie, in cui Renzi ha giocato tutte le sue carte sulla ricerca del consenso al di fuori della dirigenza e del partito, per rivolgersi direttamente ad un bacino ampio di simpatizzanti. Se è vero che questa partita è risultata al momento perdente sul piano interno, non altrettanto si può dire sul piano elettorale, e non solo perché non se ne ha la riprova. L’ipotesi di un partito di impronta americana, per molti versi simile ad un comitato elettorale che ruota intorno a personalità capaci di allargare il perimetro del consenso oltre il tradizionale bacino elettorale, esce infatti rafforzata dalla sconfitta del PD, che dimostra l’insofferenza italiana verso un governo di sinistra-centro.  La proposta di Renzi in merito all’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti costituisce il corollario logico di questa visione, perché solo un partito “leggero” è in grado di affrontare una simile riduzione della spesa e allo stesso tempo di attrarre finanziamenti privati. Si tratta di un partito con minore forza pervasiva, ma anche capace di alleggerire la “pressione” e l’occupazione della società ontologicamente esercitata da partiti più strutturati.
La posizione di Civati, che ha messo al centro del proprio intervento in direzione la necessità di ammodernare il partito e il suo linguaggio politico, si muove in un’ottica “riformista” laddove Renzi ha scelto un approccio “massimalista”. Da tempo Civati ha avanzato proposte di rinnovamento, prima scommettendo su una nuova stagione di civismo e di allargamento della partecipazione della società civile nel dibattito e nella vita del PD, ad esempio con l’invenzione del format di Prossima Italia (che segnò il culmine ma anche la fine di un progetto condiviso con Renzi). Avvertendo il pericolo della ripiegamento del PD su sé stesso, Civati è stato fautore di una costante apertura del PD sia verso la società civile sia verso gli altri partiti che si collocavano nel campo del centro-sinistra, sostenendo le cosiddette alleanze “arancioni” e tentando anche il dialogo con il movimento a cinque stelle. In seguito il tentativo riformista si è concentrato sulla restituzione del potere di scelta e di decisione ai tesserati e ai simpatizzanti. La proposta di utilizzare i referendum consultivi interni- le cosiddette doparie- su temi cruciali del partito –diritti, ambiente, spese militari, ecc – ne costituisce un esempio lampante. Anche la principale vittoria politica del gruppo civatiano va in questa direzione, avendo per primo teorizzato e fortemente caldeggiato l’introduzione delle primarie per i parlamentari, in attesa di una riforma elettorale che restituisca agli elettori il potere di scelta dei propri rappresentanti.
All’interno di questo quadro, la “strana dualità” del PD tra il ruolo di segretario e di candidato premier potrebbe costituire una risorsa, piuttosto che un problema. Il partito potrebbe strutturarsi secondo un modello civatiano (che comprende una riduzione e una trasparenza assoluta delle spese),  accettando tuttavia il modello dei “comitati elettorali” di stampo renziano per la contendibilità del ruolo di candidato alla presidenza. Perché se da un lato risulta evidente che in questa fase il centro-sinistra italiano (ma anche europeo) ha bisogno di centri di elaborazione per progettare il proprio futuro, quali solo un partito organizzato può garantire, altrettanto vero è che la conquista della maggioranza passa necessariamente attraverso l’ampliamento del proprio bacino elettorale e la selezione di un candidato dotato di capacità di forti capacità di leadership. La duplicazione dei ruoli e delle funzioni,  corredata da una norma sull’incandidabilità al ruolo di premier per il segretario di partito, consentirebbe di rafforzare la capacità di elaborazione politica del PD e allo stesso tempo di superare la ricorrenti difficoltà nell’affrontare la campagna elettorale.
La definizione di questo scenario non esclude, ma anzi implica, la necessità di una riforma della governace di partito. Questa riforma complessa dovrebbe incardinarsi, a mio parere, su due punti:
  • La ridefinizione del ruolo di segretario e, conseguentemente, dei compiti delle assemblee
  •  La ridefinzione delle procedure del metodo di discussione e decisione.

  • Per quanto riguarda il primo punto, il ruolo del segretario dovrebbe essere riformato prendendo quale punto di partenza l’esperienza del partito “liquido” veltroniano. La “restaurazione” del partito tradizionale imposta da Bersani ha infatti dimostrato, a più riprese, le sue lacune, sia nell’incapacità di dialogo e attrattività verso la società civile, sia nella selezione della classe dirigente. Il PD ha la necessità di trovare un nuovo modello di confronto sia al proprio interno sia con l’esterno, in primo luogo trovando un “coordinatore” capace di costituire e rafforzare le reti, di ottimizzare i flussi di comunicazione e di ridefinire in senso orizzontale i processi decisionali. Parlare di coordinatore invece che di segretario significa anche identificare con maggiore precisione la figura “professionale” di cui si ha necessità e i relativi skill. Il coordinatore deve essere un primus inter pares, un facilitatore del discorso, capace di individuare i temi strategici di discussione, di definire i tempi, le priorità e modalità di tale confronto.  Al coordinatore non spetterebbe invece, a differenza di adesso, il compito di sintesi finale e di decisione delle diverse proposte, poteri che dovrebbero essere trasferiti alle assemblee e agli organi dirigenti competenti. Questo cambiamento delle funzioni dovrebbe necessariamente essere trasferito a tutti i livelli intermedi del partito, dai segretari regionali a quelli di circolo. Il fallimento della formula “veltroniana” rende necessari due corollari a tale trasformazione delle funzioni: il mantenimento della dualità (di cui sopra) e la distinzione tra voto di fiducia e voto sui singoli provvedimenti.  Il mantenimento della dualità mette intatti al riparo il coordinatore dall’accusa, che fu ricorrente, di mancanza di “carisma” e “personalità” in quanto tali funzioni di leadership sarebbero incarnate dal candidato premier.
  • La distinzione tra fiducia e voto sui singoli provvedimenti  è la premessa della ridefinizione dei metodi di discussione e decisione. Il coordinatore in quanto organizzatore della “contesa” non sarebbe messo infatti in discussione dall’esito delle votazioni relative agli indirizzi strategici del partito. Nell’ambito delle discussioni, alle quali potrebbe ovviamente partecipare, il suo peso politico dovrebbe essere esattamente equivalente a quello degli altri membri dell’organo collegiale investito della decisione. La fiducia nei suoi confronti dovrebbe essere espressa solo in relazione alla sua capacità di coordinamento e non sulla sua linea politica, la quale sarebbe decisa di volta in volta dagli organi assembleari. Tale soluzione dovrebbe allo stesso tempo liberare la discussione da quell’ipocrisia di fondo e dalla stagnazione conseguente all’organizzazione per correnti. Nell’ambito delle discussioni infatti l’unica posta in palio sarebbe quella sull’argomento in oggetto, poiché il coordinatore non avrebbe il problema di trovarsi in minoranza e la sfiducia potrebbe realizzarsi solo tramite una specifica richiesta di voto su questo argomento. A loro volta i rappresentanti degli organi dirigenti dovrebbero sentirsi “liberati” da questa modalità di decisione. Il tema della “fedeltà” e dell’appartenenza ad una corrente dovrebbe essere svuotato di significato, dato che le maggioranze e minoranze potrebbero essere variabili e trasversali, a secondo dei temi, senza che ciò leda l’immagine del partito. Le votazioni dovrebbero essere l’obiettivo di ogni riunione assembleare e la discussione lo strumento attraverso il quale sviluppare una “battaglia di idee” e attraverso il quale far emergere gli oratori più brillanti e più innovatori, secondo un antichissimo quanto insuperato schema dialettico. 

La riforma del metodo richiede infine al coordinatore un’altra capacità, che potremmo definire come tempismo. Tempismo inteso come capacità di comprendere rapidamente quali sono i temi da portare in discussione e in quali sedi. In questo senso il coordinatore potrà “trattenere” a sé una parte rilevante di argomenti ( quelli che richiedono risposte immediate o quelli sui quali sono già state assunte delle decisioni), ma potrà anche decidere quali temi richiedono solo la votazione della direzione nazionale, quali quella delle assemblee e quelli per i quali sia necessaria una consultazione popolare, ricorrendo al sistema delle doparie. Una selezione di priorità in cui però venga posto l’accento sull’ampliamento della platea dei votanti, per rispondere alla necessità di partecipazione e protagonismo degli attivisti e dei simpatizzanti del partito.

11/03/13

Per una riforma della struttura e della governance del PD

La riforma della struttura del partito e dei metodi di governance è un nodo cruciale che il Partito Democratico deve affrontare all'indomani della "non vittoria" elettorale. Una riforma resa ancora più urgente dal successo del "movimento" cinque stelle che si presenta come una forma nuova di organizzazione del consenso e della discussione.
Di questa riforma si discute da tempo nel PD ed è tornata d'attualità anche nella recente direzione nazionale. Il tema è stato riproposto da Civati che già in passato è stato ideatore e sostenitore di diverse iniziative per l'allargamento del consenso e la restituzione del potere di decisione ai tesserati e simpatizzanti: tra queste il lancio del format di Prossima Italia, le proposte per l'utilizzo delle consultazioni referendarie interne al partito e le primarie per i parlamentari. Dal canto suo Renzi ha scelto invece la strada del gesto eclatante e dirompente, abbandonando quasi immediatamente la direzione nazionale. Un gesto "massimalista", coerente con una campagna per le primarie condotta all'insegna della lotta contro l'attuale classe dirigente e contro l'elefantiasi dell'attuale struttura di partito.
Nell'ambito di questa ampia discussione, vorrei fare una sintetica riflessione sul ruolo e le funzioni che a mio avviso dovrebbe avere il futuro segretario del Pd.
In primo luogo si tratta di "trasformare" il segretario in "coordinatore". Il coordinatore è qui inteso come moderatore, organizzatore, facilitatore. Sceglie i tempi della discussione, precisa i termini del confronto, fa emergere attraverso il dialogo le diverse istanze. La linea politica viene decisa, attraverso la discussione e il voto a maggioranza, dagli organi assembleari. La fiducia al segretario viene data attraverso il consenso iniziale e tolta solo in presenza di un apposito voto di sfiducia. La responsabilità della linea politica è infatti in tal modo interamente condivisa con i gruppi dirigenti. Per funzionare questo sistema deve abrogare definitivamente il sistema delle correnti. Non essendoci una maggioranza precostituita, ma al contrario da ricercarsi volta per volta e tema per tema,  i rappresentanti degli organi assembleari non votano per logiche di appartenenza. Anzi, tanto più sono autonomi, propositivi, capaci di affermare con la persuasione la propria idea, tanto più potranno incidere nella vita del partito e conquistarsi una propria autorevolezza. Il coordinatore "trattiene" per se, ragionevolmente, la gestione degli affari quotidiani e decide la scaletta e le priorità delle discussioni. Alcuni temi, come ad esempio l'alleanza con il MS5, sono portati nell'ambito della direzione nazionale e lì discussi apertamente, senza pregiudizi e doppie morali e triplici tatticismi. Altri, come la riduzione delle spese militari, i matrimoni civili sono portati direttamente alle assemblee degli iscritti e fatti oggetto di referendum consultivi interni (le cosidette doparie).
Mi rendo conto che è solo un abbozzo. Spero però sia sufficiente per avviare una riflessione comune.

06/03/13

Mi consenta il consenso

Bersani riceve il mandato esplorativo. Riceve un no netto da m5s. Tiepido monti che vuole ministro economia. Pigi,per dovere si reca da B. Il quale insiste per un governo larghe intese. Bersani rifiuta. B. insiste,si dice pronto ad accettare tutti gli otto capitoli. Bersani per stanare tira fuori una legge su conflitto interesse che manco in svezia. E una sulla corruzione che manco in..norvegia? B. accetta,anzi prende carta e penna e va da Vespa e sottoscrive gli otto punti con la clausola di sostenere un governo solo pd fino alla realizzazione di tutti i punti,per 'salvare le istituzioni'. Vota anche come presidente emma bonino.Che deve fare Pigi?
A) rinunciare perché con la destra mai
B) rinunciare a favore di un governo del presidente
C) accettare per responsabilità
D) non s'é mai visto una mulo partorire un cavallo (?)

26/02/13

COSE DA NON DIRE, PENSIERI DA NON FARE

Cinque (+ 1) regole di gestione dell'emergenza post elettorale. 


1)  Divieto di dare dei cretini agli italiani che non ci hanno votato (e neppure mafiosi,  egoisti, corrotti, ecc … ).


Perché anche se fosse vero, lo dovevamo sapere, li dovevamo gestire, li dovevamo guidare. Se fai attraversare la strada ad un cieco e ti investono, di chi è la colpa?
Se non siamo capaci di interpretare un elettorato che riteniamo tanto imbecille (io no, cmq ..), viene da chiedersi chi è, l’imbecille. E dopo vent’anni farsi sorprendere da B. e prendersela con i suoi elettori, proprio no. La costruzione del “nemico interno” lasciamola ad altri, se no perdiamo anche la faccia, come se non bastasse.

2) Divieto di pensare che s’è perso per eccesso di "serietà".
Lo penso da tempo, lo posso dire adesso: incarnare la parte della gente “perbene” è una cagata pazzesca. Quello è un prerequisito necessario, un nostro carattere distintivo di cui andare molto orgogliosi, ma non è sufficiente. Ci volevano più idee, più proposteconcrete e, insieme, più visioni che allargassero le menti e il cuore. Non c’erano, e  non era una semplice dimenticanza. E quando c'erano, non si sono ascoltate. Certo era più comodo mettersi sulla riva, seduti ad aspettare. Solo che invece che il morto è passata la grande occasione e non l’abbiamo acchiappata.

3) Divieto di dare la colpa alla campagna elettorale. 
Ok, la campagna elettorale ha fatto pena: promesse irresponsabili, slogan qualunquisti, personalità schizofreniche, overdose televisiva.  Ancora non lo capiamo, che le campagne elettorali sono scorrette, cattive e grondanti “sangue”. E dire che bastava vedersi, un paio di film, che so "Le idi di marzo" e "Lincoln" e il gioco era fatto. E, attenzione, le balle e le promesse elettorali per me sono legittime in democrazia, sin dai tempi dei sofisti. Quindi smettiamola di fare della morale a casaccio.Grillo ci ha pure tolto l’alibi ricorrente del caimano che opprime il paese controllando giornali e televisione.

4)  Divieto di nominare la parola “responsabilità”. Responsabilità come riconoscimento di errori e conseguenti dimissioni, per chi lo ritiene, mi sta bene. Responsabilità come obbligo di governare nonostante tutto e a qualsiasi costo, no. Gli italiani non ci hanno voluto, mi sembra chiaro. Quindi si fanno poche cose e si torna alle urne. Fosse per me, l'incarico di governo lo rimetterei nelle mani del Movimento Cinque Stelle. Proporrei un governo a guida Grillo che faccia da garante alle poche e necessarie riforme, con l'appoggio del PD e Monti. Non il contrario. Le elezioni noi, di fatto, le abbiamo perse.

5) Divieto di pensare che la sinistra italiana possa governare. Gli italiani sono sinistrofobici. Così è, per motivi storici e antropologici, quando si tratta delle elezioni politiche. L’unico che ha infranto la regola era Prodi, che era travestito da democristiano (era molto meglio, ma parlo della percezione). Le soluzioni: o fai la sinistra di minoranza (nobile e politicamente rilevante, come è stata per molti decenni) oppure fai il liberal progressista. Non lo so se basta, ma almeno ci provi, presentandoti in modo finalmente diverso. Dire che in Italia la sinistra vince solo l’appoggio dei sindacati e dell’appoggio unanime dei dipendenti della pubblica amministrazione è come sostenere che il sole gira intorno alla terra: sembra vero, ma è smentito sempre dai fatti.

Ps.
6)      Divieto di dire che si vinceva con Renzi. Primo perché se siamo in un partito democratico e se amiamo le primarie, le rispettiamo. Secondo perché non ha senso pensare al passato: c’è da augurarsi che Renzi possa ancora servire per il futuro e che ormai non si sia fatta troppa terra bruciata, intorno a lui e al PD. Detto da uno che Renzi l’ha sostenuto e che crede in quel progetto alternativo di partito. E che pensa che Bersani sia un uomo serio e in gamba. 

21/02/13

Ragazzo, non sparare sulla democrazia!

Prima di sparare, aspetta. Fermati cinque minuti, ne vale la pena. Te lo dice uno che ama la tua energia, la tua voglia di ribellione, il tuo istinto rock. Te lo dice, anche, uno che per te si è battuto sempre ed è diventato vecchio a forza di parlare di gioventù. Uno che è passato in mezzo alla disillusione, alla noia, alla frustrazione. Aspetta dunque, perché pensare è bello. Riflettere fa cambiare la forma delle cose, rende la vita più ricca e intensa.
Fermati per un istante a riflettere su cos'è realmente una democrazia. Sulla sua forza fragile e coraggiosa. La democrazia che ti permette di scegliere da chi essere governato. La democrazia è tanto coraggiosa da tollerare al proprio interno i suoi nemici. Gli impostori, che fingono di volere il bene comune e agiscono solo per sé. I predicatori, che fingono di poter risolvere problemi complessi e difficili con lo schioccare delle mani.  Gli untori, che individuano i capri espiatori responsabili di ogni problema. Non premere il grilletto contro la democrazia, non votare questi personaggi.
Prima di sparare, riprendi in mano un libro di storia. Pensa a quanto è peggiorato, in termini culturali, economici, morali, il nostro paese negli ultimi vent'anni. Pensa da chi è stato governato. Chiediti se quell'uomo ha mai fatto qualcosa per te, per la tua mancanza di lavoro, per il precariato, per darti un futuro migliore. Pensa che fine hanno fatto quelli che fingevano di rappresentare la protesta, che dicevano di essere diversi, che millantavano di sostenere d'essere dalla parte del popolo. Pensa a come hanno agito, alla corruzione nelle loro fila, a come hanno ridotto la sfera della tua libertà e dei tuoi diritti. Non premere il grilletto contro la democrazia, non votare chi ti illude con queste promesse. 
Prima di sparare, dai un'occhiata al futuro. Tu lo puoi vedere meglio di chiunque altro. Chiediti se davvero chi parla di dare il potere ai cittadini è intenzionato a farlo, o se vuole fare tutto da solo, con l'appoggio del guru. Chiediti se per governare basta essere persone "normali" o se non serve almeno qualche competenza. Chiediti se li conosci, quelli che stai per votare. Chiediti come sono stati scelti, quelli che andranno in parlamento. Chiediti, ancora, che idee hanno, se si può essere contemporaneamente di destra e di sinistra, contro lo Stato ma a favore della nazionalizzazione, contro i magistrati ma a favore dei processi, per il reddito di cittadinanza e per l'abbattimento della spesa pubblica. Non agire d'istinto. Pensa. Non premere il grilletto contro la democrazia, non votare chi ti promette tutto e il suo contrario. 
Ragazzo, amico mio. Siamo arrivati al dunque. Non c'è scampo. La democrazia è fatica, è un affare complesso. La democrazia non esiste senza chiaroscuro, senza tensioni, senza mediazioni. La democrazia non è rivoluzione e neppure eterna conservazione. E' una macchina ad andamento lento, progressivo. E' vero, però, che ha bisogno di energia. Quella la devi dare tu, ma per spingerla avanti, non per demolirla. Devi aiutare chi faticosamente l'ha difesa in questi anni, anche sbagliando, anche arrancando. Chi ne ha fatto la propria bandiera, chi ha rispettato la costituzione, chi si è dato delle regole per allargare la partecipazione, chi  ha parlato al plurale e non al singolare, chi ha accettato di mettersi in discussione, chi rinnova il 70% dei propri parlamentari. 
L'avrai capito io #votopd. Spero voglia anche tu fare così, perché la mia generazione è la tua generazione.  





19/02/13

Epistolelettorali - cari fratelli nordici

Brutta bestia, l'intransigenza Se ti si appicca addosso è dura da scrostare. Per questo, più di tutti, non vedi l'ora che finisca, la campagna elettorale. Di natura, amavi il semplice, pochi pensieri e azioni lineari. Pensiero-azione, senza sdegnare anche l'inversione.
Ora sei confuso, terribilmente. Eri un nostalgico, amavi i miti, le leggende. Ti tocca sorbirti le start up e il futuro, senza sapere dove ti vogliono portate.
Questo mal di testa che ti perseguita, ti va girare non poco le palle. Perché già avevi sopportato per anni un pensiero che ti sembrava pura tattica democristiana e però aveva un suo fondamento. Inghiottire, sopportare l'alleato impresentabile pur di raggiungere il traguardo. Come se non fosse bastato, pure gli scandali hai dovuto inghiottire, arrivando pure a fare il verso alla magistratura inquirente e salvare in parlamento proprio il genere di gente che vorresti strapazzare.
La tua amata Lombardia, poi, ti ha dato proprio il tormento. Vedevi i sorci verdi, a sostenere il Celeste. Poi gli scandali si sono pure presi la tua casa. Si sono infilati dentro, risalendo fino ai piani alti. Che tormento! Tu, duro e puro, hai visto i miti rivoltati come un calzino.
Per pochi mesi, hai sognato che l'emicrania fosse passata. Tutto semplice, di nuovo, lineare. Il nord, la lotta alle tasse, l'opposizione alla destra come alla sinistra. Sentivi l'aria nuova e buona. Dicevi, lo ricordo, meglio pochi ma buoni.
Invece no, il virus Macchiavelli si è di nuovo infiltrato tra le fila. Facciamo l'accordo con "quello", di nuovo, per ottenere questo e quello. Sputato uguale, come da vent'anni. E di nuovo "quello" ti parla di condono. E il sud, che torna a darti il tormento, con il suo peso elettorale.
Per consolarti, posso dirti che non sei obbligato a rivotare. Che puoi dare ragione alla tua "intransigenza". Puoi lasciare la casacca e fare un'altra di scelta. Certo so che non andrai mai dal milanese. Neppure dal montiano, che pensi voglia solo mettere altre tasse. Resta il grillo, nella tua testa, ma pensaci bene, è solo la tua copia con meno di venti anni e senza un progetto pensato per il nord. Stai a casa, allora. O forse, pensaci su, un passaggio sull'altra sponda, ci potrebbe stare. In termini di serietà e coerenza, non cascheresti male.



18/02/13

Concessionario Cinque stelle





-          Ciao caro, tutto bene?   Non hai detto una parola da quando siamo a tavola.
-          Si, sto solo ripensando alla proposta che mi ha fatto il concessionario.  Peccato che non abbia i deplian illustrativi..
-          Dove li hai lasciati?
-          Ma no, non me li dati, la loro politica è di non spendere in pubblicità. Perché, dice,  le grandi multinazionali la pubblicità la fanno pagare ai clienti.
-          Già. Però conoscere che cosa stai per comprare non sarebbe stato male. Puoi spiegarmela tu, questa macchina?
-          E che ne so, scusa? E’ un  prototipo e non ci sono ancora i modelli!
-          Quindi? Come facciamo a sapere di che si tratta?
-          Me l’ha spiegata il rivenditore, a parole. E’ un progetto innovativo, una macchina che non usa i combustibili tradizionali, ma nemmeno energia elettrica o idrogeno. Quelli sono tutti prodotti inquinanti o pericolosi, roba che si sono inventate le multinazionali del petrolio e delle auto. Il concessionario dice che la sua macchina va ad aria. Pulita al 100%, grazie al chip 37.7 prodotto un’azienda lappone.
-           A me sembra così strano… Tu l’hai vista in funzione?
-          No, perché il concessionario mi ha spiegato che prima dobbiamo comprarla in tanti, poi la costruiscono. Dobbiamo diventare azionisti, per permettere un cambiamento radicale nel mondo,  contro le multinazionali, per un mondo migliore!!
-          Oh, tesoro, calma, sembri invasato. Ragioniamo. Sai almeno quanto ti costa?
-          La cifra, lui, non la vuole dire. Si arrabbia se la chiedi. Dice che prima ci dobbiamo convincere, poi la cifra verrà da se.
-          A parte il prezzo, almeno qualcosa su dimensioni, confort, optional?
-          Ah guarda, la dimensione è variabile. Anche se lui dice che ci hanno abituati a sprecare le risorse del pianeta . Comunque dice che a noi darebbe una macchina a due posti.
-          Due posti? Ma se noi siamo in quattro.
-           Ma scusa, useremo i  mezzi pubblici! Ora non ci sono, ma nel prossimo futuro ci saranno,  perché adotteranno questa tecnologia ad aria, fottendo queste multinazionali dell’auto!
-          Vediamo se ho capito: noi adesso abbiamo due macchine e due figli e siamo sempre in giro per portali a scuola, in palestra, per andare al lavoro. E da domani, niente, una macchina due posti e ci arrangiamo?
-          Tesoro, anch’io sai ho risposto così. E lui, con veemenza, mi ha detto che se ci fosse il telelavoro non dovremmo spostarci e che se ci fosse la formazione a distanza i nostri figli non dovrebbero spostarsi e che se ci fosse l’agricoltura a km zero le merci non dovrebbero spostarsi….
-          E se ci fosse anche l’unicorno saremmo in una favola. Ma non c’è! Quindi?
-          Quindi è colpa dei politici corrotti se non ci sono queste cose, così mi ha spiegato il profeta, cioè il concessionario. Per cui ora aderiamo al “Progetto” per cacciare i politici ladri e corrotti e dopo pensiamo alla nostra macchina…
-          E noi fino a che non arriva questo messia, come ci muoviamo?
-          Lui mi ha proposto due mezzi rivoluzionari, ad impatto e consumi zero e per giunta salutari. Una cosa nuova, come una bici che però non è una bici…
-          O è una bici o non lo è!
-          Si, è una bici. Però ha tre ruote. E’ un progetto che ha brevettato un tecnico ungro -finnico della Ford, che però hanno licenziato perché  avrebbe mandato in rovina le industrie automobilistiche.  Pensa che gli hanno offerto un milione di euro per il silenzio. Ma lui l’ha messo a disposizione di tutti, sulla rete, gratuitamente.….E tutti i cittadini possono andare in rete e imparare a costruirsi una “tre ruote”. Considera che ha una stabilità incredibile e che può essere usata anche d’inverno… Ma dove vai? Vieni qui che ti spiego…
-          Guarda un po’ qui … Che ci vedi??
-          Che ci vedo…Ci vedo il triciclo dei nostri figli .. Che vuoi che ci veda…….Oh mio Dio! Un triciclo… Ecco cos’era…Amore….
-          Amore cosa?
-          Amore, scusa.. ecco perché avevo quei dubbi….Meno male che m’era rimasto ancora un po’ di sale in zucca…Con tutte quelle parole il concessionario mi aveva stordito sai?
-          Eh se lo so, amore, lo so eccome. Dai, vieni qui, bacino. Ecco…Però amore, sai che abbiamo ancora un problema….
-          E cioè??
-          Cioè che non abbiamo ancora trovato la macchina, e per il 24 febbraio, ci serve…..








12/12/12

Epistolelettorali - L'elettorecinquestelle


Caro Elettore,

hai meno di due mesi davanti a te. Un tempo breve, per decisioni importanti. E a questo giro le scelte peseranno parecchio,  per l’oggi ma soprattutto per il domani. Inutile che ti stia a dire che siamo in crisi, economica, sociale e morale: lo sai già, la vivi, ne fai parte. Perciò ti dirò altre cose, di quelle che presumibilmente non avrai voglia di ascoltare, ma non sono i tempi adatti per gli adulatori.

La prima considerazione la riservo a te, che hai in mente di votare il movimento a cinque stelle. Prima di prendere la decisione definitiva, ti chiedo di metterti davanti ad uno specchio. La mattina presto, quando sei sfatto, assonnato e soprattutto non hai ancora innalzato il tuo muro di auto giustificazioni.

Adesso che sei in posizione, inizia a ripetere a voce alta gli improperi che rivolgi alla classe politica e anche quelli, uguali se non peggiori, con cui apostrofi chiunque non voti cinque stelle. Ecco, così, grida forte, che anche il vicino ti possa sentire: “corrotti”, “ladri”, “truffatori”, “mafiosi”, “pecoroni”,”morti viventi”, pd meno l,  ecc…

Bene, hai finito? Che effetto ti ha fatto? Ti senti meglio?  Spero sinceramente di sì, perché questo è la massima soddisfazione che ti potrai aspettare, se darai il tuo voto a Grillo e compagni. Un bello sfogatoio di cattivi pensieri e risentimenti, un altoparlante dentro il quale insultare il mondo in cui la merda, trattandosi di affari umani (e troppo umani), non manca mai. Certo, se voti Grillo il tuo malessere e le tue urla le sentiranno in tanti, per radio e per televisione e soprattutto sul web, grazie al web profeta Casaleggio. La stessa soddisfazione che provi quando sfanculi qualcuno mentre stai guidando e ti senti il signore del mondo, così splendidamente solo dentro la tua scatolina di metallo.

Se scavi in fondo a te stesso lo sai anche tu che le cose andranno così, che nulla cambierà con questo tuo voto di protesta. E non per colpa del sistema elettorale, del porcellum, della casta, del finanziamento ai partiti, della corruzione … Tutte cose negative e alcune pure schifose, intendiamoci, ma non determinanti. Tutto resterà immutato per una motivazione semplicissima e umanissima, la stessa per cui non insulti tua moglie quando sei arrabbiato, non prendi a botte il tuo capo che ti sottopaga, non righi l’auto del vicino in doppia fila, non spari all’amante che si fa tua moglie o tuo marito… Il fatto è che non sei solo a questo mondo e che non sei neppure Gesù Cristo.

Perché tu vivi in un consorzio umano, in mezzo alla gente, che ha altre idee dalle tue, che fa errori uguali e diversi dai tuoi, che ha le sue specifiche piccolezze e grandezze. Tutti questi “altri” non li puoi mica convincere a forza di schiaffi, di prese per il culo, di irrisioni. Non funziona così, dovresti saperlo per esperienza. Puoi anche avere ragione su un sacco di cose, puoi anche essere più onesto, più intelligente, più tutto di chi ti sta intorno, ma se pensi di imporre in questo modo le tue idee, ti stai sbagliando alla grande.

La politica, a dire il vero, serve proprio per questo, per trovare mediazioni, punti di accordo, per mettere insieme visioni, speranze e bisogni e pure capricci diversi.  E’ quella che fai quotidianamente, la buona politica, a meno che tu non sia un violento o un bandito. E non si capisce proprio perché dovresti affidarti a qualcuno che ti propone di fare esattamente l’opposto, che programmaticamente non vuole dare ascolto a nessuno, che non si vuole mescolare, che vive il dialogo come una corruzione e impurità.

Se hai ancora un attimo di pazienza, ti chiedo di guardarti ancora allo specchio. Dimmi, ci vedi riflessa l’immagine di Gesù Cristo? Cioè mi vuoi dire che li, di fronte a te c’è una persona che sta sempre dalla parte del bene, altruista, gentile, amorevole, saggia, capace di perdono, onesta e limpida e trasparente in ogni circostanza? Beh, io scommetto di no! Scommetto che lo sai di avere i tuoi scheletri nell’armadio, il tuo armamentario di pigrizie, di cattiverie, di bugie, di espedienti.  E se sei così, allora, perché diavolo ti poni nei confronti degli altri come se fossi sempre dalla parte della ragione? Perché ti senti investito solo tu di una missione divina, perché non pensi mai che forse ti stai sbagliando, perché non ti fermi mai ad ascoltare, perché non dici mai, mai, che hai sbagliato. Ma non ti sembra strano che il tuo capo non faccia mai autocritica, non ti sembra strano che chi contesta nel tuo movimento venga cacciato, trattato come un eretico, come una strega? Non pensi mai che anche solo per ragioni statistiche anche il tuo movimento abbia imbarcato degli opportunisti, dei cretini, dei truffaldini? Anche la santa chiesa  ha incominciato subito male, mettendo dentro prima Giuda e poi Pietro ( a cui però è stata concessa l’occasione per il riscatto). Voi no, tutti santi, evidentemente perché la selezione sul web certifica pure la perfetta moralità. E che mi dici a questo proposito, delle posizioni antisemite oppure razziste, oppure fasciste che talvolta vi capita di prendere e dichiarare? E delle liti interne, della mancanza di regole democratiche e di statuti? Dici che sono casi isolati, che non rappresentano il movimento?

Mi basta. Mi basta sapere che tu sei come noi. Perché l’uomo è i propri errori. E impara dai propri errori. Ma allora, e qui chiudo, che senso ha votare il “diverso” , se diverso non sei??

22/06/12

La nostra RAV
















Ad Acqui, in assenza della questione TAV abbiamo la RAV. Che non è una rete ad alta velocità, ma il Rumore ad Alto Volume. Una questione spinosa, su cui giriamo intorno da parecchi anni. Anche in questo caso abbiamo un Comitato, che presidia il centro storico, e che si lamenta dell'alto volume prodotto la sera da bar e locali , della confusione generata dai "nuovi barbari", della sporcizia e del disordine conseguenti alle "manifestazioni".
Dichiaro, in via prelimare, di riconoscermi maggiormente nelle ragioni dei "nuovi barbari". Nel senso che, alla fine, fatta la tara ai torti e alle ragioni, agli eccessi e agli abusi, preferisco un centro storico coatico e vivo piuttosto che un'isola pedonale di imperturbabile tranquillità. Ma questa è una questione di gusti, sarà che mi piace il disordine, sarà che sono stato un poco barbaro a mia volta.

Però il punto è altro. Il punto è la politica. Quella che manca, quella che abdica alle sue funzioni, quella che fa finta di niente ma intanto le cose accadono e proseguono e degenerano. Come per la Tav, sulla quale a lungo si è finto che nulla accadesse, sulla quale non si sono prodotte le occasioni per la mediazione e alla fine la faglia si è rotta e si sono formate le divisioni. La politica è stata inventata proprio per questo, invece, per fare da collante, per ricucire, ricomporre, mettere insieme. Quando la politica manca al suo obiettivo, ecco i fronti contrapposti, l'insoddisfazione reciproca, l'impossibilità di mettersi d'accordo.

Sulla RAV la politica è mancata in diversi sensi. In primo luogo perchè non ha saputo proporre una circostanza ed un luogo di confronto. Il Comitato del Centro Storico, di per sè, non è sufficientemente rappresentativo di tutte le istanze e i bisogni di chi "partecipa" alla vita del centro storico. Che sono, certo, i residenti, ma anche i commercianti di zona (bar, locali, ristoranti e botteghe, ecc...) e i fruitori in senso lato (i giovani e i meno giovani, i musicisti, ecc....). In secondo luogo, perchè non ha saputo proporre in questi anni un progetto coerente e articolato di iniziative coordinate da tenersi in città, di fatto costringendo l'imprenditorialtà ad arrangiarsi, ognuno per conto proprio, provando a massimizzare i profitti nell'immediato, dato che il futuro si presenta nella fattispecie della totale incertezza. In terzo luogo finendo per decidere sulla base di ordinanze anche un pò a casaccio, che una volta sembrano imboccare la strada della severità estrema (stop alle 11 di tutto le musiche e i fracassi, ugualmente classificati), altre percorrendo la strada del lassismo estremo, di fatto proclamando il "liberi tutti."

Da parte mia, consiglio quindi di dare una sterzata alle polemiche e cominiciare a ragionare. E si potrebbe partire così, se si volesse:

1) una serie di incontri con i rappresentanti delle associazioni di categoria coinvolte nel settore turistico e con le associazioni culturali in senso ampio, per mettere a punto un piano delle manifestazioni turistiche sensato, diversificato, esteso su più zone, misurabile nelle ricadute economiche e negli impatti negativi per i residenti, che diversifichi nei tempi e nei luoghi l'offerta di svago e divertimento.

2) una serie di incontri con i soggetti rappresentativi del Centro Storico, intesi in senso esteso (come detto precedentemente) per provare a comporre le ragioni degli uni e degli altri, capire i bisogni e i problemi, prospettare delle soluzioni. Percorso forse non facile, ma francamente non impossibile, visto che esistono anche semplici strumenti di compesazione, che vanno, tanto per dire, dalle agevolazioni per acquistare doppi vetri e condizionatori per i residenti, alla definizione di un calendario sostenibile di manifestazioni, alla individuazione di luoghi alternativi per musica, spettacoli e prove, al reinvestimeno degli "utili pubblici" in interventi di miglioria della qualità della vita in centro, ecc....

Cose semplici insomma, anche se più complicate per chi ricerca il consenso a breve tempo, di chi adotta la tattica cerchibottista, lasciando agli altri, ai cittadini insomma, l'onere di "scannarsi". Ma questo è appunto il metodo della barbarie e dalla clava, della vittoria che spetta al più forte, della pre-istoria. Mentre la politica è l'arte della giustizia, anche se troppo spesso ce ne dimentichiamo.

Per concludere, dunque, meno polemica e più politica, per risolvere la questione RAV.  E invece che sostenere le ragioni dell'antipolitica, pretendere che i politici, specie quelli al governo della città, facciano ciò che devono, ovvero amministrare.


PS. Non sarà un caso che la piazza più incriminata si chiami piazza Concilaizone ;-) ???






16/05/12

Il secondo sforzo

Eccoci qui, a pochi istanti dalla fine della partita, in perfetta parità. Dopo aver vinto i quarti di finale in scioltezza e passato con grinta le semifinali, siamo a giocarcela. Sono le elezioni amministrative di Acqui, in palio c’è il governo della città, ma sembra di essere nel pieno di una finale di NFL. Avete presente, vero, il football americano? Quello con la palla ovale,  le squadre che lottano per la conquista del territorio (in senso agonistico, ovviamente), le fasi distinte di difesa e attacco. Un gioco duro ma leale, fatto di giocate spettacolari, azioni di contenimento, placcaggio pesanti per fermare l’avversario e colpi sopportati nel tentativo di conquistare pochi metri.
Dopo una partita serrata, la nostra squadra ha messo in condizione Aureliano Galeazzo di fare l’ultima azione per conquistare la meta che ci darà la vittoria. Abbiamo tenuto duro, ciascuno con il suo ruolo, per tenere viva la partita. C’è chi ha conquistato terreno in attacco con giochi di corsa, azioni sicure basate sull’esperienza, favorite da placcatori che si sono sacrificati per creare il giusto varco. C’è chi ha difeso, leggendo le mosse dell’avversario, intercettando palloni pericolosi, marcando a uomo, buttandosi a terra per fermare una corsa. Tutti abbiamo fatto bene tutto e tutti abbiamo sbagliato qualcosa, chi ha provato con un gioco troppo innovativo che non è stato capito, chi ha lasciato andare un avversario che poteva essere bloccato, chi si è preso paura e si è tirato indietro.
Nel momento più brutto però, quando sembrava che la partita potesse girare a nostro sfavore, abbiamo dato la dimostrazione di avere la stoffa dei veri giocatori. Siamo riusciti a fare il “secondo sforzo”,  a dare quel qualcosa di più che ti permette di restare in piedi anche quando subisci un placcaggio duro e che consente di conquistare pochi centimetri di campo per prendere il down.  Il secondo sforzo è una cosa particolare, perché non dipende dalla fisica, ma dalla volontà.  E’ la voglia di farcela, che ti fa andare oltre le tue capacità, è lo spirito di una squadra che moltiplica le energie e la cui forza complessiva è più grande della somma dei singoli.
Ora siamo all’ultimo lancio. C’è il rumore sordo della mischia, di chi protegge il quarterback dai tentativi di placcaggio poco corretti. C’è il respiro affannoso dei ricevitori, che si smarcano per dare più opportunità di passaggio. C’è lo sguardo attento di Aureliano, che studia la soluzione migliore, come se tutto intorno fosse tranquillo e invece è frenesia, perché il vero regista conosce la forza della calma. La palla adesso è in aria e fila via, precisa e leggera. Il ricevitore è pronto. Sta lì da vent’anni, ad attendere quel pallone e quella vittoria. Il ricevitore designato sono gli acquesi, tutti quelli che vogliono cambiare. Tutti quelli che credono che il rilancio di Acqui sia possibile. Il 20 e il 21 maggio basta andare al ballottaggio e votare Galeazzo, per ricevere il pallone della vittoria.

04/05/12

IL GIORNO PRIMA

Il giorno prima è quello dell’appello. Quello in cui si chiamano gli amici, più per farsi rassicurare che per chiedere il voto. Quello in cui si chiamano gli indecisi, per ricordare che “se non ti occupi di politica, la politica si occuperà comunque di te”.
Il giorno prima è anche il momento in cui fai l’esame di coscienza. Ti chiedi se hai fatto tutto il possibile, se l’hai fatto bene, se potevi fare di più. La risposta è in chiaroscuro, perché con tutta la buona volontà qualcuno l’hai dimenticato, qualcosa l’hai tralasciato.
Il giorno prima è anche il momento della soddisfazione. Quella che resta, comunque vadano le cose, anche se perderai, perché può capitare, anche se in fondo non ci credi.  
La felicità certa sono gli amici. Quelli che ti stanno accompagnando, quelli che lavorano al tuo fianco e al tuo posto, quelli “vecchi” e quelli “nuovi”. Nella prima cerchia (senza riferimenti danteschi ;-) ci sono Beppe, Alessandro, Gianbattista, Giovanni, Mohammed, Simona. Sono quelli che si sono fidati di te e che hanno fatto rinunce e sacrifici per te. Quelli che … la politica, fatta così, è una bellissima esperienza #sapevatelo.  
Ci sono poi quelli che ti sostengono perché condividono il tuo progetto politico, perché già era così e perché strada facendo è diventato così. I nomi non li fai, perché alcuni magari non gradiscono e non li vuoi tirare in mezzo a loro insaputa, ma senti quanto può essere bello fare parte di un partito ma, anche, di un comitato. Ci sono quelli che stanno nella tua città e nel tuo partito, quelli che stanno nella tua città ma non nel partito, quelli come Mauro e come Ilda che stanno altrove ma li senti vicinissimi, nel pensiero e nel cuore. 
Tanti sono i “nuovissimi” che forse non ti voteranno, ma è lo stesso, perché li hai conosciuti di persona personalmente e hai gettato il seme per il domani e ci sono tanti ragazzi, che il destino lo vogliono prendere tra le mani. E ci sono quelli che giovani non sono ma sono la società civilissima (quella vera, con e senza tessera di partito in tasca) che sa riconoscere l’impegno che ci metti e ti incoraggiano nei momenti in cui senti il terreno mancare sotto i piedi. Ci sono anche gli amici ritrovati, e quelli che hai perso per strada e vorresti recuperare e ti chiedi come mai e speri che il giorno dopo sarà possibile.
Ci sono, non ultimi, ma primi, i cittadini, che speri diventino tuoi elettori. Che hai scoperto che ti ascoltano, che hanno voglia di rinnovamento, che leggono, si informano, chiedono, fanno polemica, ti convincono e si fanno convincere. Persone in dialogo, persone che fanno politica che è, anche, fatica e mediazione. Persone inaspettatamente al tuo fianco e persone attese che sono arrivate, chi subito senza pensarci, chi prendendosi il tempo che gli occorreva per maturare la decisione. Con tutte queste persone ho fatto un viaggio lungo attraverso la politica, attraverso i saperi e il fare, attraverso la città, le sue vie, i suoi quartieri.
L’abbiamo fatto con Aureliano Galeazzo questo viaggio, che ci ha fatto sentire parte di un progetto comune, che ha come obiettivo la rinascita di Acqui Terme.
Li voglio ringraziare tutti oggi, prima che sia domani, indipendentemente dal risultato. Grazie per avermi reso la vita più ricca di emozioni, la mente più aperta, il cuore più felice ;-)
Per completare il percorso perfetto, occorrerebbe ancora un buon risultato elettorale, il 6-7 maggio alle elezioni amministrative di Acqui. Galeazzo sindaco e io eletto nel Consiglio Comunale. Ma, vada come vada, “già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.”

02/05/12

Rinnoviamo la città. Nuove energie e nuove idee per Acqui

"Rinnoviamo Acqui. Con Aureliano, Ilda, Marco e Beppe

Il mio intervento all'incontro "Rinnoviamo la città. Nuove energie e Nuove idee per Acqui" a cui hanno partecipato Ilda Curti, Aureliano Galeazzo, Beppe Monighini e ... tanti acquesi ;-)
Recentemente ho appreso un nuovo uso  del verbo rinnovare. Nella sua declinazione toscana, accettata dalla Treccani, rinnovare significa indossare per la prima volta un certo abbigliamento: rinnovare le scarpe, rinnovare una borsa, rinnovare un vestito, ecc …
Quest’uso del verbo mi ha fatto ricordare la metafora usata da Enrico Borghi, vice – presidente dell’Anci, che nel corso di un incontro ad Acqui sulla buona amministrazione ha paragonato il ruolo del Comune a quello di un vestito. L’amministrazione comunale, ha detto Borghi,  è infatti l’abito che veste la comunità: la protegge dal freddo, le garantisce dignità e contribuisce a definire la sua identità.
Il mescolarsi di questa “scoperta linguistica” e di questa “indicazione metaforica” mi ha indotto a fantasticare sull’abbigliamento che vorrei venisse indossato dall’Amministrazione Comunale di Acqui dopo le elezioni del 6-7 maggio.
Partendo dal basso, mi piacerebbe anzitutto dotare i prossimi amministratori di Acqui di un paio di scarpe comode. Perché, come sempre ci ricorda la nostra amica Ilda Curti, per conoscere una città bisogna percorrerla, camminarci dentro, andare di persona  personalmente ad ascoltare i problemi e le richieste dei cittadini. Così abbiamo fatto noi, assieme ad Aureliano Galeazzo, durante questi mesi in cui abbiamo elaborato il programma per le elezioni. E così intendiamo fare anche dopo, se verremo eletti, perché senza dialogo non si conoscono le domande e quindi non si trovano le risposte. Un paio di scarpe comode, inoltre, le regalerei volentieri anche ai membri della giunta uscente, per evitare i rischi della sedentarietà di chi troppo a lungo resta attaccato alla poltrona e non vuole saperne di schiodarsi e lasciare spazio a nuove energie e volti nuovi.
Per quanto riguarda l’abito, farei indossare ad Acqui un paio di jeans. Prima di tutto perché il jeans nasce come vestito resistente per i lavoratori. E il lavoro e la crescita dell’occupazione sono le vera priorità per la città. La nostra proposta di rilancio in questo campo ha come cardine il concetto di rete, perché occorre ritessere la trama e l’ordito del tessuto comunitario che in questi anni di cattiva amministrazione è stato lacerato. Questa sinergia si esprime in forme diverse:
- l’integrazione tra la città e il territorio circostante, che è mancata in questi anni, a causa dell’attitudine isolazionista del centro-destra. Una rete di questo tipo permette di fare sinergia tra l’offerta termale, quella enogastronomica, quella paesaggistica, quella artistica e quella culturale.
- la costruzione di una rete tra i soggetti che operano nei diversi settori. Occorre, ad esempio, creare reti di imprese nel settore turistico, che vedano coinvolte le associazioni degli albergatori, i commercianti, i tour operator, le associazioni agricole e quelle artigiane, ecc, al fine di costruire dei pacchetti turistici di visita, secondo le regole del moderno marketing territoriale.
Il jeans poi ci piace perché è un abbigliamento che ha grande successo tra i giovani. Giovani a cui bisogna necessariamente adattare la città. Ad esempio partendo da un’idea di sviluppo sostenibile, che non consumi oggi le risorse per il domani. Tanto per fare qualche esempio, sperperare per 10 anni le risorse del Comune con progetti assurdi – la fontana in piazza Italia, il teatro in piazza Conciliazione - sono esempio di sviluppo NON sostenibile. E’ sostenibile, invece, agevolare interventi di ristrutturazione del patrimonio immobiliare esistente, puntando sul miglioramento dell’ efficienza energetica e riducendo drasticamente il consumo di suolo. E’ sostenibile  inoltre pensare di utilizzare adeguatamente le risorse messe a disposizione dall’Unione Europea per la nascita di start-up e per l’insediamento di aziende a basso impatto ambientale ed elevato contenuto tecnologico. Perché il primo obiettivo, per le nuove generazioni, è quello di dare occasioni di sviluppo della nostra città, che fermino quella “fuga di cervelli”, costretti ad allontanarsi da Acqui per trovare un posto di lavoro. Una emorragia che, a sua volta, rende difficile lo sviluppo di Acqui, perché le nuove leve si allontanano e la città invecchia. 
Dato che il jeans è d’origine americana e dato che gli statunitensi  si  intendono d’ innovazione, una particolare attenzione si deve riservare alle nuove tecnologie, puntando sul miglioramento delle reti di comunicazione, in particolare la banda larga, che sono diventate strumenti indispensabili per migliorare la competitività delle imprese. La tecnologia digitale e il web sono anche indispensabili per proporre un’offerta turistica di qualità che consenta di promuovere la nostra città attraverso i moderni sistemi di comunicazione, in grado di raggiungere un pubblico vasto e qualificato, diminuendo i costi pubblicitari e incrementando una fruizione completa del patrimonio artistico e culturale di Acqui. In questo senso l’adozione di hot spot wi-fi ad accesso gratuito, accoppiata con l’uso dei QRCODE permetterebbe al turista di conoscere e visitare virtualmente Acqui utilizzando uno smartphone o un tablet e anche di poter accedere con semplicità ai servizi di prenotazione on-line. Degli USA inoltre non sarebbe male imitare anche la “cultura d’impresa” favorendo, come Comune, i processi di semplificazione amministrativa per l’apertura di nuove imprese e per la gestione delle stesse.
Sopra i jeans Acqui dovrebbe inoltre vestire una camicia e una giacca. La camicia non è quella di forza, anche se alcuni interventi di questi anni, come lo sperpero di denaro pubblico per la costruzione del Centro Congressi, rasentano la follia.  La giacca ci vuole, perché se puntiamo su uno sviluppo turistico, dobbiamo anche saperci presentare bene. Con una certa eleganza, perché il turismo di Acqui deve puntare sulla qualità, degli alberghi, dei ristoranti, delle produzioni tipiche, dei servizi alla persona, dell’offerta culturale. Tanto per fare un esempio, la nuova Spa Lago delle Sorgenti è un’iniziativa che rispecchia l’immagine che vorremmo dare della zona Bagni, integrandola con la riqualificazioni di altri immobili nella zona dei Bagni. Sulla cravatta, invece, siamo disposti a soprassedere, perché crediamo nel valore di un approccio amichevole, sincero, schietto con i turisti che arrivano ad Acqui, la cui prima esigenza è di incontrare e conoscere una comunità, di condividere e confrontare i rispettivi stili di vita.
Eccola qui, dunque, la nostra città di domani, vestita di tutto punto. Speriamo di poterle fare indossare questo nuovo abito dopo il 6-7 maggio. Per rinnovarla serve il voto degli acquesi. Perché chi non vota Aureliano Galeazzo si tiene la città così com’è, per altri cinque anni. E non è un belvedere.

23/04/12

Cosa succede in campagna



l'alto sguardo di mark cooper  
 

















La campagna è quella elettorale per le amministrative di Acqui. E’ anche la campagna rurale, dato che qui intorno sia circondati da splendide colline.
Nella mia campagna (any sense, come dice spesso l'amico Civati) sto scoprendo alcune novità. La prima è che siamo politicamente avanti. Non parlo di sondaggi, ma nel metodo di elaborazione di un progetto politico.
Siamo avanti perché come comitato organizzatore per Galeazzo Sindaco abbiamo superato le divisioni partitiche. Il centro-sinistra non solo si presenta unito – la destra ha invece sei candidati, sei!- ma sta già agendo unitariamente. Lavoriamo assieme senza pensare alla tessera che teniamo in tasca e al simbolo sotto il quale siamo in lista. Questo “cantiere democratico” è la migliore risposta che si possa offrire ai tanti disillusi dai partiti e dalla politica. Dentro il cantiere infatti ci sono solo due regole: partecipazione e responsabilità.  Chiunque può entrare, ascoltare, proporre un’idea per la città. Se viene condivisa, il secondo passaggio obbligato è di assumersene la responsabilità di portarla avanti. Perché le idee ci piacciono, ma solo se supportate dalla disponibilità al lavoro.  
L’altra novità è, più che altro, una conferma. Il centro-sinistra ha un patrimonio di competenze formidabile. Una “riserva” di personale, fatta di persone competenti e amministratori preparati. Persone pronte a gestire una città, perché la buona volontà è indispensabile ma da sola non basta e come in ogni attività ci vuole esercizio e studio per diventare capaci. In questi settimane ne ho incontrate e incontrerò ancora, di persone di questo tipo: Paolo Limonta, Enrico Borghi, Chiara Pirovano, Ilda Curti, tanto per fare qualche nome. Poi ci siamo noi, che sosteniamo Aureliano. Senza false modestie, penso che potremmo essere la “riserva di Acqui”, persone fedeli al discorso di Pericle agli ateniesi che inizia così: “Qui ad Atene noi facciamo così. Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.” Riserve che però, in altro senso, non vogliono più essere riserve, perché per il bene della città bisogna assolutamente cambiare il colore politico dell’amministrazione, visti i troppi errori del ventennio del centro-destra.  
Siamo avanti, infine, perché abbiamo risposte concrete a chi non crede più nella politica. Risposte che passano attraverso una partecipazione non figurata, ma reale. Con i tavoli tematici, i comitati di quartiere, la trasparenza amministrativa. A chi vuole “buttare via” il voto, per protesta e indignazione,  rispondiamo di “liberare il voto”. Che significa scegliere persone competenti, preparate, che non fanno promesse da campagna elettorale, ma che si assumono pochi, seri, impegni.  Chiediamo di “liberare il voto” perché non vogliamo il voto clientelare, di interesse personale, nella speranza di ottenere favori. I “favori” intendiamo farli a tutti, cioè intendiamo agire solo nell’interesse generale, perché il bene comune è il bene che fa bene a tutti. Chiediamo di liberare il voto, perché una città va amministrata non dai parenti, dai parenti dei parenti o dagli amici degli amici. Una città va amministrata da chi è capace di pensare a tutti e per tutti.
Ecco cosa succede qui da noi in campagna!

14/04/12

Non ci fermeremo!




Non fermatevi mai! Così ci salutano Paolo Limonta e Chiara Pirovano al termine della serata di ieri ad Acqui, dedicata alla partecipazione. E come potremmo fermarci dopo aver ascoltato dai nostri amici di Milano il racconto del successo entusiasmante di Pisapia? Come potremmo, dopo aver capito che la loro energia è la nostra stessa energia, quella voglia di ripartire dalla comunità per ricostruire, rinnovare, cambiare la città? 
Tra i tanti consigli e spunti di riflessione, due mi sono restati particolarmente nel cuore. La felicità, innanzitutto. I volti sorridenti di chi ha partecipato ai comitati di quartiere, di chi si è coinvolto in prima persona. Metterci il lavoro e la faccia nella politica e alla fine sorridere, essere contenti. Abbiamo bisogno di questa felicità che viene dall'entusiasmo, in questi tempi tristi e preoccupati. Una felicità che nasce dalla convinzione che cambiare si può, in meglio, assieme!
L'altra idea che continua a "rigirarmi" nella testa e nel cuore è la riscoperta della bellezza del vivere insieme, della dimensione sociale della città. Dopo tanti anni in cui il centro-destra ha provato a distruggere un idea di comunità,  abbiamo finalmente riscoperto quanta ricchezza ci sia nel fare le cose assieme, quanto sia grande e importante il bisogno di condividere per migliorare. Le città, Acqui come Milano, hanno bisogno dell'impegno civile di tutti per risollevarsi, per superare la crisi. Fare comunità significa mettere insieme le competenze, le emozioni, le idee, i progetti. Progettare insieme, sapendo che non sempre è facile, ma che solo così si riescono a costruire le città "aperte", a misura del cittadino, per il cittadino. Chiudersi nei propri problemi, lasciare che siano altri ad occuparsene, ascoltare le promesse dei politici e politicanti non basta più e non risolve. Ci serve la buona politica, fatta da chi prova a condividere i propri problemi con gli altri e trovare assieme le soluzioni, assumendosi un pezzo di resposabilità.
Questa voglia di costruire la comunità è il punto fondamentale del nostro progetto per Acqui. Abbiamo istituito i comitati di quartiere, per dare una forma concreta a questa volontà. Ci serve e ci servirà che in tanti condividano questo progetto. E ci servono amministratori competenti, che sappiano aiutare a tradurre in pratica questa voglia di cambiamento. Diamoci una mano, sosteniamoci assieme. Cambiare si può! Cambiare si deve!