Sostiene Civati che il governo con il pdl non andava fatto. Perché é un accordo che é contrario ad ogni dichiarazione fatto dal pd in campagna elettorale.
Sostiene Civati che non si può cambiare rotta a 360 gradi, senza coinvolgere iscritti e simpatizzanti.
Sostiene Civati che questo governo si fonda sul tradimento politico e morale dei 101 parlamentari.
Sostiene Civati che proprio non esiste l'idea di fare un governo stabile e sine die con il pdl e che il massimo del minimo era un governo di scopo.
Questo ho capito che sostiene Civati, da solo, nel gruppo parlamentare del pd. Ma tra iscritti ed elettori siamo in molti a sostenerlo.
E allora facciamo sentire a Civati il nostro sostegno. Io sostengo Civati che si astiene dalla fiducia in parlamento.
E tu, sostieni Civati?
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29/04/13
11/03/13
Per una riforma della struttura e della governance del PD
La riforma della struttura del partito e dei metodi di governance è un nodo cruciale che il Partito Democratico deve affrontare all'indomani della "non vittoria" elettorale. Una riforma resa ancora più urgente dal successo del "movimento" cinque stelle che si presenta come una forma nuova di organizzazione del consenso e della discussione.
Di questa riforma si discute da tempo nel PD ed è tornata d'attualità anche nella recente direzione nazionale. Il tema è stato riproposto da Civati che già in passato è stato ideatore e sostenitore di diverse iniziative per l'allargamento del consenso e la restituzione del potere di decisione ai tesserati e simpatizzanti: tra queste il lancio del format di Prossima Italia, le proposte per l'utilizzo delle consultazioni referendarie interne al partito e le primarie per i parlamentari. Dal canto suo Renzi ha scelto invece la strada del gesto eclatante e dirompente, abbandonando quasi immediatamente la direzione nazionale. Un gesto "massimalista", coerente con una campagna per le primarie condotta all'insegna della lotta contro l'attuale classe dirigente e contro l'elefantiasi dell'attuale struttura di partito.
Nell'ambito di questa ampia discussione, vorrei fare una sintetica riflessione sul ruolo e le funzioni che a mio avviso dovrebbe avere il futuro segretario del Pd.
In primo luogo si tratta di "trasformare" il segretario in "coordinatore". Il coordinatore è qui inteso come moderatore, organizzatore, facilitatore. Sceglie i tempi della discussione, precisa i termini del confronto, fa emergere attraverso il dialogo le diverse istanze. La linea politica viene decisa, attraverso la discussione e il voto a maggioranza, dagli organi assembleari. La fiducia al segretario viene data attraverso il consenso iniziale e tolta solo in presenza di un apposito voto di sfiducia. La responsabilità della linea politica è infatti in tal modo interamente condivisa con i gruppi dirigenti. Per funzionare questo sistema deve abrogare definitivamente il sistema delle correnti. Non essendoci una maggioranza precostituita, ma al contrario da ricercarsi volta per volta e tema per tema, i rappresentanti degli organi assembleari non votano per logiche di appartenenza. Anzi, tanto più sono autonomi, propositivi, capaci di affermare con la persuasione la propria idea, tanto più potranno incidere nella vita del partito e conquistarsi una propria autorevolezza. Il coordinatore "trattiene" per se, ragionevolmente, la gestione degli affari quotidiani e decide la scaletta e le priorità delle discussioni. Alcuni temi, come ad esempio l'alleanza con il MS5, sono portati nell'ambito della direzione nazionale e lì discussi apertamente, senza pregiudizi e doppie morali e triplici tatticismi. Altri, come la riduzione delle spese militari, i matrimoni civili sono portati direttamente alle assemblee degli iscritti e fatti oggetto di referendum consultivi interni (le cosidette doparie).
Mi rendo conto che è solo un abbozzo. Spero però sia sufficiente per avviare una riflessione comune.
Di questa riforma si discute da tempo nel PD ed è tornata d'attualità anche nella recente direzione nazionale. Il tema è stato riproposto da Civati che già in passato è stato ideatore e sostenitore di diverse iniziative per l'allargamento del consenso e la restituzione del potere di decisione ai tesserati e simpatizzanti: tra queste il lancio del format di Prossima Italia, le proposte per l'utilizzo delle consultazioni referendarie interne al partito e le primarie per i parlamentari. Dal canto suo Renzi ha scelto invece la strada del gesto eclatante e dirompente, abbandonando quasi immediatamente la direzione nazionale. Un gesto "massimalista", coerente con una campagna per le primarie condotta all'insegna della lotta contro l'attuale classe dirigente e contro l'elefantiasi dell'attuale struttura di partito.
Nell'ambito di questa ampia discussione, vorrei fare una sintetica riflessione sul ruolo e le funzioni che a mio avviso dovrebbe avere il futuro segretario del Pd.
In primo luogo si tratta di "trasformare" il segretario in "coordinatore". Il coordinatore è qui inteso come moderatore, organizzatore, facilitatore. Sceglie i tempi della discussione, precisa i termini del confronto, fa emergere attraverso il dialogo le diverse istanze. La linea politica viene decisa, attraverso la discussione e il voto a maggioranza, dagli organi assembleari. La fiducia al segretario viene data attraverso il consenso iniziale e tolta solo in presenza di un apposito voto di sfiducia. La responsabilità della linea politica è infatti in tal modo interamente condivisa con i gruppi dirigenti. Per funzionare questo sistema deve abrogare definitivamente il sistema delle correnti. Non essendoci una maggioranza precostituita, ma al contrario da ricercarsi volta per volta e tema per tema, i rappresentanti degli organi assembleari non votano per logiche di appartenenza. Anzi, tanto più sono autonomi, propositivi, capaci di affermare con la persuasione la propria idea, tanto più potranno incidere nella vita del partito e conquistarsi una propria autorevolezza. Il coordinatore "trattiene" per se, ragionevolmente, la gestione degli affari quotidiani e decide la scaletta e le priorità delle discussioni. Alcuni temi, come ad esempio l'alleanza con il MS5, sono portati nell'ambito della direzione nazionale e lì discussi apertamente, senza pregiudizi e doppie morali e triplici tatticismi. Altri, come la riduzione delle spese militari, i matrimoni civili sono portati direttamente alle assemblee degli iscritti e fatti oggetto di referendum consultivi interni (le cosidette doparie).
Mi rendo conto che è solo un abbozzo. Spero però sia sufficiente per avviare una riflessione comune.
11/01/11
Fiat, mancano le parole.
“All’inizio era la parola”, dice Giovanni. E questo vale anche per l’immanente e incombente caso Fiat. Le vicende Pomigliano e Mirafiori sono infatti questioni di linguaggio e comunicazione, prima di essere problemi di politica ed economia.
C’è il discorso di Marchionne, tanto per iniziare. Che propone un linguaggio semplificato, banalizzato, pieno di luoghi comuni. Nel suo discorso gli operai italiani sono degli sfaticati e i sindacati che si oppongono inutili ingombri sulla strada della massima produttività. Marchionne propone slogan da bar invece che analisi, offrendo titoli ai giornali, alimentando lo scontro ideologico al posto del confronto, parlando alla pancia e non alla ragione degli italiani.
C’è il dogma, che sostituisce il dialogo. Perché il nuovo metodo di gestioni delle relazioni industriali della Fiat non prevede confronto. Il soggetto imprenditoriale detta le sue condizioni e rappresentanze e lavoratori devono accettare. I piani imprenditoriali sono immodificabili, impermeabili alle critiche e alle contro proposte. Chi dissente sta fuori, perde i diritti o perde il lavoro. Lo stesso metodo referendario, ricattatorio, non prevede alcuna alternativa perché segue la regola del “dentro” o “fuori”. E’ il linguaggio universale dell’autoritarismo, della comunicazione verticistica, dell’intolleranza.
C’è il linguaggio globale, ma manca la lingua dell’Europa. Marchionne ha come riferimento imprenditoriale le multinazionali e i loro principi di delocalizzazione e sfruttamento ma trascura il vocabolario dell’Unione Europea. “L’economia della conoscenza”, pilastro dello sviluppo europeo, è sostituita dall’Ad Fiat con il risparmio sulla forza lavoro e ricerca, innovazione e sviluppo non rientrano tra le priorità del suo piano industriale.
C’è il silenzio, affermativo, del Governo. Di fronte all’autoritarismo reazionario di Marchionne i politici di destra in parte tacciono, in buona parte applaudono. PDL e Lega, anche quando non dicono nulla, sostengono Marchionne. Perché restare inerti in uno scontro impari equivale ad agevolare il più forte. Che in questo caso è Fiat, con la sua minaccia di trasferire altrove i capitali e soprattutto il lavoro. Berlusconi e il canadese parlano la stessa lingua del Potere, insofferente al dissenso, indisponibile alla mediazione e alla limitazione del proprio dominio. Bossi fischietta distrattamente, permettendo la “cinesizzazione” degli operai del Nord che l’hanno largamente votato.
C’è il brusio della sinistra. Che riconosce l’esistenza di un problema ed è già qualcosa, considerando quanti, anche tra i sindacati, ficcano la testa sotto la sabbia e descrivono come “inevitabili” le decisioni di Marchionne, che invece sono scelte ideologiche. Una sinistra in cui si manifestano diversità- come è normale di fronte a problemi complessi – che non devono spaventare ma che occorre portare presto a sintesi. Una sinistra che non deve confondere il riformismo con la contro-riforma, perché il progetto Marchionne non è avanzamento ma arretramento, non nuova civiltà ma rinnovata barbarie. Una sinistra che dovrebbe progettare un rilancio industriale per l’Italia imperniato sulla ricerca, sulla riforma della P.A. e sulla partecipazione dei lavoratori alle imprese.
C’è il valore del dialogo, che è, sin dal mondo greco, la sostanza della democrazia. Dialogo che non è consociativismo, corporativismo e neppure contrapposizione violenta. Dialogo come riconoscimento del carattere intersoggettivo della verità, che si realizza attraverso la condivisione e la mediazione. Dialogo che permette alle società di esistere e di “tenersi” senza frantumarsi in atomi o corpi separati vaganti per lo spazio vuoto e confliggenti. Dialogo che non può essere sostituito o negato, perché oltre la sua soglia non resta che la violenza.
Per sostenere questo diritto minacciato penso sia giusto sostenere lo sciopero generale indetto dalla Fiom per il 28 Gennaio. Penso anche sia giusto votare “No” al referendum Fiat, perché il dialogo è il diritto indisponibile per eccellenza.
Marchionne dice che la Fiat se ne andrà da Mirafiori, se non passeranno i si. Mi piacerebbe vedere raccolta questa sfida, collettivamente. Proporrei un azionariato popolare, tra i lavoratori e i cittadini, per comprarsi Mirafiori. Che d'altra parte è già un bene nazionale, visto che è costruita con i risparmi e le fatiche degli italiani. E vorrei chiamare ad amministrare l'azienda operai e manager assieme, democraticamente. Condividendo i fallimenti, ma anche i successi. Anche per mostrare a Marchionne che la Fiat può tranquillamente fare a meno di lui, mentra la Fiat non può fare a meno degli italiani.
Per sostenere questo diritto minacciato penso sia giusto sostenere lo sciopero generale indetto dalla Fiom per il 28 Gennaio. Penso anche sia giusto votare “No” al referendum Fiat, perché il dialogo è il diritto indisponibile per eccellenza.
Marchionne dice che la Fiat se ne andrà da Mirafiori, se non passeranno i si. Mi piacerebbe vedere raccolta questa sfida, collettivamente. Proporrei un azionariato popolare, tra i lavoratori e i cittadini, per comprarsi Mirafiori. Che d'altra parte è già un bene nazionale, visto che è costruita con i risparmi e le fatiche degli italiani. E vorrei chiamare ad amministrare l'azienda operai e manager assieme, democraticamente. Condividendo i fallimenti, ma anche i successi. Anche per mostrare a Marchionne che la Fiat può tranquillamente fare a meno di lui, mentra la Fiat non può fare a meno degli italiani.
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